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La nostra storia

Pubblichiamo una lettera di una nostra concittadina che ci riporta, tramite la sua passione, indietro nel tempo ad assaporare le atmosfere del teatro. Grazie alle sue parole ripercorriamo la nostra storia
Tutte le fotografie sono originale e risalgono ai primi anni del ‘900…

Il teatro è stato la mia vita, fin da bambina. Le mie prime insegnanti sono state le suore dell’asilo di Curanuova, suor Giuseppina (la barbisëtta) e suor Raffaella. Ho continuato a recitare con loro anche quando ormai avevo incominciato a frequentare le elementari. Mi assegnavano sempre la parte della protagonista: a cinque anni nella “Pulce”, poi, a otto o nove anni, ne “Il figlio di nessuno”, con una compagnia di giro, di passaggio a Mongrando.
Da ragazzina, quando sono entrata nella Filodrammatica di Curanuova, ero già un’attrice brillante, comica. A diciassette anni sono stata la protagonista della “Pietra della scandalo”, un’operetta in costume, di spirito patriottico, ambientata in epoca risorgimentale. A Mongrando è andata in scena tre volte, con un successo clamoroso, nel 1946, e siamo stati anche in tournée, a Pavignano e a Netro. Ido Cabrino era Terenzio, un nobiluomo che ostacolava in ogni modo l’amore della figlia, la Contessina (Alda Costa Boschetti), per un giovanotto di origini assai meno elevate (mio fratello Flavio). Io ero la cameriera di casa, Proserpina, a conoscenza di tutti i segreti di famiglia, e cercavo in ogni modo di incoraggiare i due giovani, che in effetti, alla fine si riunivano; invece mio fratello Angelo era Spiridione, il maggiordomo, che spesso duettava con me.
Il nerbo della Filodrammatica erano quelli di cantone Ceretti, erano sempre loro a scegliere le opere da rappresentare e ad assegnare le parti: Luigi e Lino Ceretti, mio zio Ilario Rosso, Ermete Capellaro Siletti, che faceva anche il regista e il suggeritore, Egle Ceretti, una grande attrice drammatica, che aveva proprio la voce adatta, flebile, che sembrava le stesse sempre mancare…
Il ricavato delle recite era destinato in beneficenza – nel ’53, fra l’altro, abbiamo finanziato il rifacimento della platea – e provvedevamo noi a tutte le spese, anche per i costumi. Per la “Pietra dello Scandalo”, ad esempio, mio fratello si era fatto coraggio ed era andato dal cavalier Mercandino, per farsi imprestare un paio di pantaloni bianchi e i gambali neri, che sarebbero serviti per una divisa garibaldina; la giubba rossa invece la cucì mia madre.
La nostra ultima rappresentazione è stata “Il vecchio nido”, nel 1956. Poi abbiamo smesso, soprattutto per difficoltà burocratiche, perché il teatro non era a norma di legge, mancavano i servizi igienici e l’acqua corrente, e anche la volta sopra palco, che in inverno ci avrebbe riparati dal freddo. Con le nostre sole forze non saremmo mai stati in grado di finanziare tutti i lavori necessari. A volte vado fino al portoncino del teatro, a sbirciare dal buco della serratura, e guardo l’orologio dell’ingresso e il vecchio sipario, che sono ancora lì, abbandonati.

Luigina Rosso